Ponte Principe di Piemonte

Tra le più suggestive opere in cui ci si imbatte nell’attraversare la secolare ed ormai semiabbandonata ferrovia “Avellino- Rocchetta Sant’Antonio“ (o meglio, “Avellino-Santa Venere”, come si chiamava in origine), si fa certamente notare l’imponente ponte in acciaio che congiunge le sponde del Calore tra i territori di Lapio e Taurasi, progettato dall’ingegnere Sangiorgi della Società Mediterranea, concessionaria della linea. Realizzato tra il marzo ed il settembre del 1893 dalla Società Industriale Italiana di costruzioni metalliche, che aveva sede a Castellammare di Stabia, il ponte suscitò l’entusiasmo unanime della stampa e di quanti lo considerarono un simbolo del sempre più trionfante progresso: “L’opera imponente, meravigliosa -leggiamo in una cronaca del tempo- si ammira come trionfo della industria italiana […] Sentite: il viadotto è costituito da tre luci indipendenti larghe metri 98 ciascuna. Le travi sono alte metri 10,60, a grandi maglie, e la ferrovia corre a circa metà altezza. La montatura è stata fatta sopra tre ponti di servizio in legno, i quali per solo legname costarono 60 mila lire. – L’altezza della valle è di metri 35 – Le due pile e le spalle furono fondate ad aria compressa”. Per questo, apprendiamo da un altro resoconto, “gli abitanti di Lapio l’hanno battezzata pel Ponte Principe e per verità un’opera così perfetta potrà fare l’orgoglio di chi l’ha progettata, diretta e costrutta”. L‘anonimo giornalista aveva ragione, visto che ancora oggi l’opera è conosciuta e apprezzata dagli studiosi e dai cultori di storia e tecnica ferroviaria, oltre ad essere vivamente scolpita nella memoria di migliaia di persone che lo hanno attraversato svariate volte, magari a bordo delle leggendarie “littorine”, quando la linea di Rocchetta era ancora essenziale nella rete dei trasporti locali.
20 settembre 1893: “giorno memorando”
Una volta conclusa la costruzione, la Mediterranea e la società costruttrice organizzarono subito il collaudo dell’opera, cercando di evitare clamori attorno all’operazione. Ma la notizia non sfuggì alla comunità lapiana, che si attivò prontamente per festeggiare l’evento: “ Il giorno 20 settembre cadente – leggiamo appunto in una cronaca del tempo- fu giorno d’inaspettata festa per il Comune di Lapio. Saputosi, appena il dì innanzi, che si sarebbe proceduto alle prove del grandioso ponte in ferro sul Calore, nel tronco ferroviario Avellino-Paternopoli, la voce corse come elettrica per tutto il paese e per i vicini comuni, ed accese di grande entusiasmo l’animo di tutti, già colpiti di ammirazione per la costruzione dell’opera colossale. A secondare il movimento popolare, per iniziativa del sindaco Caprio Errico e dei signori Mottola e Forte, fu improvvisata una dimostrazione, che riuscì veramente splendida ed imponente. Imperocchè il mattino del detto giorno 20 si fece giungere in Lapio una banda musicale, con la quale la intera Rappresentanza Municipale, preceduta dalla bandiera Nazionale, e seguita da una calca di popolo, percorse il paese, e quindi si recò festante alla propria Stazione, una delle più belle della linea per la sua ridente posizione. Quivi fu attesa la Commissione, che alle 8:30 a. m. arrivò con quattro macchine per le prove. L’arrivo fu salutato con tre salve di mortaretti e col suono della marcia reale, in mezzo all’unanime ovazione del popolo che gridava: Viva il Re! Viva la Mediterranea! Viva l’Impresa Industriale! La Commissione, dopo aver ringraziato tutti, procedette agli esperimenti. Al risultato delle prove, che non poteva riuscire più felice, lo scoppio fragoroso di una magnifica batteria echeggiò nella valle del Calore e la musica intonò di bel nuovo la marcia reale, mentre il popolo non cessava dall’acclamare entusiasticamente al re, alla Società, all’Impresa. Quindi la Rappresentanza Municipale sempre preceduta dal Concerto municipale e dal vessillo, percosse, per ben due volte, il ponte, seguitando nelle ovazioni al Capo Sezione, Sig. Menoni ed al corpo degl’ingegneri. Quasi fino a sera, poi, non solo i cittadini di Lapio, ma anche quelli dei vicini paesi si fermarono ad ammirare il maestoso ponte ed a passeggiare su di esso. Il giorno 20 settembre rimarrà memorando per Lapio”.
La “gita” di Capozzi
Il riuscito collaudo del ponte spianò la strada all’apertura parziale del primo tatto della linea (Avellino-Paternopoli), che avvenne il 27 ottobre, anche questa volta senza grandi pubblicità, come notò con un certo disappunto il filoradicale “Re di bronzo”, che aveva suggestivamente osservato come l’intera Avellino-Rocchetta fosse “una rivelazione del medio evo in mezzo al mondo moderno”. E così, leggiamo sul giornale, “giovedì, quasi di contrabbando, ebbe luogo l’inaugurazione del primo tronco della strada ferrata da Avellino a Santa Venere, un tronco di 27 chilometri, che, oltre il magnifico viadotto di Lapio, annovera due importantissime opere d’arte: la galleria di Salza, di soli settecento metri, ma difficile per le qualità delle argille, non meno dei trafori di Ariano, e la galleria di Montefalcione, che si estende per tre mila metri circa in terreni anch’essi di costosa e non lieve costruzione. La festa inaugurale, a buon diritto, era ansiosamente attesa. Essa affermava, dopo tanti e tanti anni, un diritto del più alto significato nella storia della viabilità meridionale: l’attuazione, cioè, del voto così fervidamente nutrito e così largamente atteso di una linea ferroviaria per tutta intera la valle dell’Ofanto”. In realtà, una piccola festa si era svolta due giorni prima, proprio a pochi passi dal ponte, presso la stazione di Taurasi, in occasione dell’ultima “visita di ricognizione”: era però stata riservata solo alla commissione di collaudo e ai tecnici della Mediterranea e delle imprese impegnate nei lavori, che consumarono una “colazione di 50 coperti, servita inappuntabilmente dal Restaurant Centrale”.
Una “gita” ancora più esclusiva fu poi organizzata la domenica successiva da “re” Michele Capozzi che, considerando la ferrovia una sua creatura (non a caso era riuscito a farla passare per il suo paese, Salza), invitò in treno una folta rappresentanza della notabilità a lui fedele, come risulta da una ulteriore cronaca giornalistica, anche questa dispiaciuta per la mancata celebrazione pubblica dell’evento: “In mancanza di una festa ufficiale d’inaugurazione del tronco Avellino-Paternopoli, testè aperto all’esercizio […] domenica scorsa un’altra festa ufficiosa, diciamo così, ma d’indole tutt’affatto privata, promossa dal comm. Capozzi. Perché non si è voluto fare una festa ufficiale d’apertura della linea non sappiamo spiegarcelo, come non ha saputo o voluto spiegarlo la Società del Mediterraneo, la quale non ha nemmeno la scusa delle solite ragioni economiche, poiché se si fosse fatta promotrice della festa, avrebbe speso meno di quanto erogò per la gita di ricognizione, avendo tutti i Municipi interessati, lungo la linea, già votato a tale scopo una quota di concorso per le spese. Questo vuoto ha voluto colmare l’on. Capozzi, a proprie spese, invitando ad una gita di piacere, lungo la nuova linea, diverse famiglie di sua conoscenza e parecchie Autorità, tra cui l’egregio commendator Segre [ prefetto di Avellino,ndr]. La geniale comitiva, nella quale brillava l’eterno femminile, recossi alla stazione con vetture padronali alle 9 a. m. e ne fece ritorno alle 5 p.m. Si percorse la nuova linea in mezzo a geniali acclamazioni. Facevan parte della gita il comm. Segre colla sua gentile signora ed i suoi ospiti, la signora Chiaradia colla coltissima figliuola, signorina Matilde; il comm. Capozzi e famiglia; la simpatica coppia Balestrieri-Figarotta; il capitano dei RR Carabinieri con la sua signora; la famiglia Camiz; il cav. Zampieri; il cav. Viscardi, direttore della Banca Nazionale; il barone Pietro Cocco; il cav. Grimaldi, consigliere delegato; il cav. Modestino; il cav. Balestrieri Nicola; l’avv. Spada ed altri. Dopo una breve sosta fu apparecchiata un’abbondante e squisita colazione, alla quale l’allegra comitiva fece grande onore. Allo champagne brindarono il comm. Segre, il cav. Modestino, il cav. Balestrieri ed il comm. Capozzi ”. Possiamo immaginare i commenti compiaciuti degli esclusivi gitanti, soprattutto le teatrali espressioni di stupore delle dame, mentre il treno sbuffava orgoglioso sul bel gigante di ferro che da allora è elemento naturalmente essenziale della nostra valle del Calore.
Quelle risse tra operai
Mentre si costruivano ferrovia e ponte, Lapio ospitò centinaia di operai e decine di tecnici provenienti da varie province d’Italia, soprattutto centrosettentrionali, con indubbi benefici economici e sociali per la comunità ma anche con seri problemi di ordine pubblico. A questo proposito, oltre alle frequenti liti consumate nelle varie bettole, tra i fumi dell’alcol e per questioni più o meno d’onore, si ricordano due epiche risse. Della prima, scoppiata il 29 novembre 1891 per un diverbio tra operai e quindi allargatasi ai lapiani, abbiamo notizia da una lettera inviata dall’allora sindaco Saverio Schirillo al prefetto Segre: “Mi reco a dovere informare V. S. che ieri sera verso le ore 4:00 p.m. s’impegnò qui una rissa clamorosa tra gli operai addetti alla costruzione della ferrovia, che al certo avrebbe portato serie conseguenze senza l’intervento mio e dell’unica guardia municipale che esiste in questo comune, sia pel numero delle persone sia per lo stato brillo in cui esse si trovavano; ed in fatti la rissa ebbe principio alla strada S. Antonio, in questo abitato, tra operai, ed essendosi interposto il Guardia Municipale per sedare, si ebbe resistenza ed un colpo di mazza, al che tutti i paesani presenti si mossero alla vista del Guardia caricata dalla folla degli operai. Alla notizia della offesa alla guardia, accorsi io, e dovetti durare fatica a calmare e tenere a posto i miei amministrati, che si erano appigliati con i forestieri, e mentre mi affaticavo a richiamare tutti all’ordine, ci fu un operaio a nome Viscardi Michele, che armato di un grosso romiglio si avanzò minaccioso verso di me e del Guardia, e si deve al cottimista sig. Fortunato il disarmo del Viscardi evitando tristi conseguenze. Di tale fatto si è spedito verbale al pretore del mandamento, denunziando nel contempo quattro ferimenti. Con questa occasione mi permetto altra volta richiamare l’attenzione della S.V. a questo Comune, seriamente minacciato per la moltitudine degli operai residenti in questo comune, la maggior parte dei quali è della gente raccogliticcia, pregiudicata, e miserabile, perlochè ho forte timore che in qualche giorno, non lontano, qui dovrà animarsi clamorosa contesa tra forestieri e paesani, e si avranno a lamentare dolorose conseguenze”. Con le successive indagini, sollecitate dallo stesso prefetto, i carabinieri ritennero esagerati i toni del sindaco, che mirava ad ottenere “la permanenza continua dell’Arma in Lapio coll’impianto di una stazione in quel Comune, cosa che ha parecchie volte chiesto senza alcun risultato”.
Il sindaco picchiato
Del secondo scontro, avvenuto nel 1892, esiste anche una cronaca giornalistica: “La sera del 3 ottobre corrente, in via Arenella, avvenne una rissa tra alcuni operai ferroviarii con molti cittadini del luogo. A sedare la rissa, che minacciava di diventare tumultuosa, sopraggiunse il sindaco, signor Errico Caprio, il quale, per aver un maggior risultato di pace, dichiarò la sua qualità di primo cittadino del paese, ed impose la calma ed il silenzio. Ma un tale Narciso Pivetta di Verona, tutto intriso di sangue, menando, furiosamente, pugni e calci, da orbo, insultò il sindaco con un dizionario completo di male parole. Agli insulti fece tosto seguire dei cazzotti. Il sindaco rimase ferito con una contusione nell’avambraccio sinistro, ma, non perdendosi di animo, lo afferrò per il petto e lo condusse alla sua vicina farmacia, ove ruppe molte lastre delle bacheche. Accorsero carabinieri e guardi campestri, ma egli, il Narciso, appena vide le uniformi rosse e verdi si andò a chiudere nel laboratorio della farmacia, e non volle aprire a nessuno. Allora i carabinieri e le guardie campestri forzarono la porta ed arrestarono il Narciso. Causa della rissa una vecchia questione che il Narciso aveva con l’operaio Carneo”.
In seguito, Pivetta fu condannato dal pretore a due mesi di reclusione per lesioni lievi e violenza a pubblici ufficiali, mentre un altro operaio, Antonio Corbo, dovette scontare cinque giorni per aver colpito lo stesso Pivetta. Tutti i lapiani denunciati dagli operai come corresponsabili della rissa furono invece assolti per “non provata reità”.

a cura di Fiorenzo Iannino

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