La Confraternita della Madonna della Neve

cupola dellabsideTra i riti tradizionali della Settimana Santa in Irpinia uno dei più noti ed autentici è certamente quello del venerdì santo di Lapio. La manifestazione si caratterizza per l’esposizione nelle vie del paese, dei cosi detti “Misteri” ventidue gruppi di statue in carta pesta, dette “TAVOLATE”, di grandezza più o meno naturale, raffiguranti le più drammatiche scene della passione e morte di Cristo. E’, questa, una tradizione cara alla Spagna barocca e contro riformistica, che sviluppò in maniera sempre più teatrale il culto della passione e della “Via Crucis” (non a caso, analoghe e ancor più imponenti manifestazioni si tengono in varie città spagnole e siciliane). L’evento è da sempre curato dalla confraternita della Madonna della Neve, che fece realizzare i misteri in uno dei momenti di maggiore splendore. La confraternita ha origine ignote e remote. Era già molto attiva alla metà del ‘500, visto che in quel periodo molte persone chiedevano l’accompagnamento dei “confrati” al proprio funerale, destinandovi oboli più o meno sostanziosi in un documento del 1687 il sindaco Domenico Cerulllo ricordandone la fondazione avvenuta a cura dell’università (cioè l’amministrazione comunale), che “vi ha pensiero”, affermò che non vi era”memoria” certa della sua nascita perchè era “troppa antica”. Dalla stessa dichiarazione sappiamo che il sodalizio aveva la propria sede nella chiesa parrocchiale di Santa Caterina, in una cappella laterale con due altari. Sul primo era collocata un icona con i dipinti di San Petro apostolo, della Madonna della Neve e di San Paolo, sovrastanti da un immagine di “Dio Padre”. Sul secondo altare si trovava l’icona della concezione il cui oratorio era stato nel frattempo annesso alla confraternita. Vi era anche una statua in legno della Vergine del Rosario. Il “mastro” veniva eletto annualmente dai confratelli, osservando un rigoroso regolamento. Il sacerdote ”cappellano” riceveva un salario annuo di quindici ducati. Inoltre, “in detto altare di Sante Maria Della Neve l’arciprete, il giorno di San Pietro Martire dopo fatta la benedizione delle palme nell’altare maggiore è tenuto a cantare la messa, e l’università paga carlini cinque”. Il cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento dal 1686 al 1724 e futuro Papa col nome di Benedetto XIII, effettuò a Lapio ben quindici visite pastorali. S’interessò anche della confraternita che, come le altre del paese, fu da lui riorganizzata e ricondotta sotto il rigido controllo delle autorità ecclesiastiche, a danno della tradizionale autonomia. Fu su queste basi che firmò la nuova bolla di erezione, pubblicata il 20 febbraio1692 (il documento è ancora oggi conservato nell’archivio del sodalizio). Ancora due anni dopo, però, dovette costatare che il suo progetto di riorganizzazione procedeva a rilento. Allora pronunciò un severo monito: “tutti li confrati delle confraternite di Lapio debbono congregarsi in tutti i giorni festivi per fare le congregazioni a tenor dalle regole dettate da noi… in altro caso… procederemo onninamente alla soppressione delle medesime confraternite con erigerle in titolo di benefici semplici, oppure con incorporare le rendite di esse confraternite alla mensa arcipretale”. Finalmente, nel 1710, il cardinale poté scrivere una nota di compiacimento elogiando il sacerdote Palazzi, “che rimise in piedi le due confraternite decadute per la melensagine dell’arciprete”. Nel 1718, si censirono 64 confratelli affidati alle cure del sacerdote Filippo Iannino, che doveva ricordarsi” di fare la congregazione allora indicata da medesimi confratelli acciocché non vi sia scusa di non frequentarsi gli stessi esercizi”. Concluso il periodo orsiniano ed affermatosi la politica giurisdizionalista del nuovo regime borbonico, la confraternita tornò gradualmente all’antica autonomia, formalmente riconosciuta con la regole sottoscritte nel 1776 da priore Giovanni Frasca, ed approvate il 7 gennaio dell’anno successivo. Risalgono a questo periodo alcune delle più interessanti opere d’arte ancora oggi conservate dal sodalizio, tra cui il pregevole altare in marmo realizzato nel 1762 dal maestro marmista Felice Palmieri, che per realizzarlo si fermò a Lapio quasi 6 mesi, e la grande tela raffigurante il miracolo della Madonna della Neve firmata da Francesco Capobianco. Allora la festa più importante della confraternita era quello della Madonna, che si festeggiava il 5 agosto in concomitanza di una frequentatissima fiera: vi partecipavano tutti i preti della collegiata e anche i monaci del convento di Santa Maria degli Angeli, che ricevevano dei “pollastri” in cambio della loro ”assistenza alla festa”, mentre al popolo si distribuivano mostaccioli. Durante la messa si utilizzava la neve conservata per l’occasione. Non mancavano i fuochi e la musica eseguita da “zampognari , tammurrieri e bifiri paesani e forestieri”. A volte c’erano anche “ballerini”. Altra festa di rilievo era quella dedicata a San Vito. In questo clima, maturò la disputa con l’altra confraternita del paese, intitolata al Santissimo Sacramento che sfociò nella dispendiosa lite “ della precedenza”, che si basava su una questione molto diffusa in quell’epoca: a quale delle due confraternite toccava la precedenza nelle processioni e in ogni cerimonia pubblica. Alla fine nel 1781, la Real Camera di Santa Chiara diede ragione ai confratelli della Neve che avevano avuto l’assenso regio alcuni mesi prima dell’altro sodalizio. Nel 1741 l’Amministrazione Comunale aveva fondato l’altare dell’Addolorata, collocato in una cappella della stessa chiesa di Santa Caterina. La Confraternita mostrò ben presto un’appassionata predilezione per tale culto, come appare anche dalle citate regole del 1776: “perché gli attuali fratelli e sorelle hanno una particolare devozione verso la Santissima Vergine Addolorata, perciò pagano annualmente altre grana cinque… ed il dappiù che avanza da tale emolumenti si spende per la festività della Vergine Addolorata, nella terza domenica di Settembre e con processione di detta Santa immagine con l’anticipazione del settenario de’ suoi dolori e coll’esposizione della Santissima Sfera”. Col tempo questo dell’Addolorata diventò il culto maggiore del sodalizio. Alla fine dell’Ottocento fu abbattuta l’antica chiesa parrocchiale e, con essa, la cappella della confraternita, che da sempre si trovava al suo interno, e quella dell’Addolorata. Per il completamento dei lavori fu decisivo il contributo degli emigrati negli Stati Uniti di cui resta ampia traccia nell’archivio della confraternita, che conserva la corrispondenza con i lapiani d’oltre oceano, ringraziati anche con pubblici manifesti. Di più il 15 settembre 1903 un periodico provinciale ricordò che ”a cura del priore Antonio Clemente dei componenti la banca e del padre spirituale Ippolito Carbone si sta riedificando una Chiesa, sotto il titolo Santa Maria ad Nives; i lavori procedono lenti ma sontuosi “. Nella lontana America si è costituito un comitato per raccogliere i fondi ( al momento erano state raccolte 1753,10 lire). Nel 1910 la “Gazzetta del Massachusetts” ricordò che nella sala di Santa Maria in Cooper street una compagnia di Lapiani organizzata da Ippolito dello Iacono, il 12 giugno aveva rappresentato il dramma sacro di Sant’Antonio “a beneficio della chiesa del loro paese”. Tale attività continuò ancora per anni, come ci ricorda una locandina stampata a Boston, con l’annuncio della messa in scena del “Dramma Spettacolo di S. Vito Martire”, previsto per il 23 maggio 1923 presso il “ St. Mary’s theatre ”. I misteri furono realizzati verso il 1810 da artigiani napoletani, come risulta da un documento sottoscritto nel 1840 da Tommaso Statuto, priore della confraternita, che ricordava le origini e ne se esaltava il rito:”corrono già sei lustri dacchè detta Congrega mossa da una viva devozione fece formare in Napoli in cartapesta i simulacri della passione di Gesù Cristo si al vivo, che fin da principio vi chiamò il concorso del popolo dà più lontani comuni per venerare sì bella e commovente funzione in ogni Venerdì Santo non potendo far a meno di non disfarsi in lagrime per la tenerezza e per lo dolore nel mirare tali divini Misteri”. Allora come oggi, la funzione si fonda ancora su le sofferenze del Cristo e i dolori della Vergine, devono spingere i partecipanti al pentimento e alla meditazione. La processione è preceduta, la sera del giovedì e alle prime luci dell’alba, dall’incessante ed inquieto squillo di una tromba, accompagnata dal rullio di un tamburo. Quei cupi suoni rievocano i “cattivi” soldati mossi alla ricerca di Cristo: è così che i lapiani si predispongono alla rappresentazione delle ultime ore del Redentore,annunciate in maniera tragica e solenne dalla prima “Tavolata”, che raffigura un Giuda inquieto e tremante mentre riceve dai sacerdoti d’Israele il compenso pattuito per il tradimento del Messia. Fino a pochi anni fa i Misteri venivano portati in processione insieme alle statue del Cristo Morto e dell’Addolorata (prima a spalla,successivamente sui trattori e negli ultimi anni vengono portati a spalla). L’evento ha da sempre esercitato anche un originale richiamo “turistico”. Nel citato documento del 1840, il sindaco Ciriaco Maria Carbone si mostrò ben lieto di concedere alla confraternita un “casalino dirupo” per potervi conservare le sacre statue mantenute fino a quel momento in un locale di Palazzo Filangieri, affermando che non si poteva certo interrompere il largo e redditizio “concorso di forestieri” garantito dalla manifestazione (non a caso, la concessione fu ritenuta straordinaria: in caso di “distruzione de’ simulacri della passione di Cristo da non potersi più asportare in processione”, i locali dovevano essere immediatamente restituiti alla pubblica amministrazione). Si trattava, naturalmente, del “turismo” tipico della civiltà contadina: si occorreva in massa (a piedi) dai paesi vicini per assistere alla processione e alle infervorate prediche, per poter passare qualche ora nell’animata fiera allestita per l’occasione (ancora oggi in vigore) acquistando attrezzi agricoli e animali. I più fortunati potevano concedersi un frugale ristoro in qualche improvvisata osteria. Nonostante il procedere della storia ed i mutati costumi, il Venerdì Santo di Lapio non ha perso l’antico fascino ,merito anche della confraternita della “Neve”, guidata dal priore Giovanni Iovine,affiancato da tanti appassionati volontari. “I Misteri ci dice uno di questi, il dottor Lucio Coppola fanno parte del patrimonio storico e culturale del paese. Per questo sapendo di proporre una suggestiva testimonianza di devozione popolare, accogliamo con gratitudine chi viene a Lapio il Venerdì Santo”.

a cura del Prof. Fiorenzo Iannino

 

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