La Confraternita della Madonna del Loreto

img_3370La Chiesa di Loreto di Lapio racchiude tre vicende diverse che si sono sovrapposte ed unificate nel tempo . La prima è quella della chiesa vera e propria ; la seconda è quella della confraternita del Santissimo che, fondata nel primo Cinquecento, vi si trasferì soltanto due secoli più tardi ; la terza è quella del culto di Sant’Antonio (la cui statua arrivò dal locale convento francescano all’indomani della soppressione del 1809) che rappresenta la devozione più forte e sentita dell’intera comunità lapiana.
Nel presente saggio, pertanto , si ricostruiscono avvenimenti e fenomeni che hanno caratterizzato queste vicende : nella prima parte si traccia il profilo storico della chiesa dalle origini fino al primo Ottocento, cioè fino al momento in cui essa assunse l’attuale e definitiva fisionomia di chiesa confraternale, custode del doppio culto della Madonna di Loreto e di Sant’Antonio ; nella seconda parte si affrontano alcune questioni relative alle origini e alla vita della Confraternita del Santissimo ; la terza parte, infine, è dedicata all’approfondimento di alcuni dei temi affrontati , anche attraverso l’illustrazione di documenti in gran parte inediti.
Le origini
Non sappiamo quando la chiesa di Loreto sia stata fondata : si può pensare , in base ai documenti oggi disponibili , che le sue origini siano legate all’espansione demografica verificatasi a Lapio dagli inizi del Cinquecento , quando il luogo su cui fu eretta cominciava a trasformarsi da “sterparo” o “orto della terra” a nuovo quartiere “extra moenia” [si passo da 190 fuochi o famiglie nel 1532 alle 369 nel 1595(I dati no sono ufficiali, ma è certo che la popolazione si raddoppiò quasi)].
Certamente, non era la più importante del paese: oltre alla chiesa madre di Santa Caterina, che ospitava allora le due confraternite della Madonna della Neve e del Santissimo, proprio in quel secolo si andava affermando il potere spirituale ed economico del convento francescano di Santa Maria degli Angeli. Infatti, in oltre centotrenta testamenti sottoscritti da lapiani nel periodo 1561/1593 (da ricerche effettuate dal Prof. Iannino), ricchi di lasciti a chiese e confraternite, sono soltanto due (e modeste) le donazioni per la chiesa di Loreto. Tali documenti, però, sono molto importanti perchè ci forniscono le prime dirette testimonianze della sua esistenza:
-Nel 1571 , Paola Paterno, tra gli altri lasciti, donò alla chiesa un tarì (nel Regno di Napoli,la moneta corrente era il ducato,suddiviso in 10 carlini e 1OO grana.Il valore del tarì corrispondeva a 2 carlini).
– Nello stesso anno Santo a Vicaris, lasciando una cospicua somma al Convento di Santa Maria degli Angeli (cinquanta ducati), destinò qualche ducato anche alla chiesa madre e alle due confraternite. Una piccola donazione (due carlini) era riservata pure alla chiesa di Loreto con un vincolo ben preciso: ” se ne abbia da comprare uno campanello per la anima a esso testatore”. Questa destinazione ci fa pensare ad una chiesa ancora modesta negli arredi sacri.
Un altro documento di un certo rilievo è il resoconto di un “parlamento” del 24 agosto 1633. In quell’occasione i capifamiglia lapiani elessero i nuovi amministratori locali ed i “mastri” delle chiese e delle confraternite di juspatronato dell’Università. Tra queste era inclusa anche la chiesa di Loreto: Francesco Trodella e Marco Antonio Janciano sono i primi economi laici di cui si conosce il nome.
La chiesa e le sue opere d’arte
Piccolo edificio dalla semplice architettura, collocata all’ingresso del centro storico vede una croce antistante come elemento tipico , la chiesa era isolata ed insisteva interamente sul demanio comunale: non a caso, l’Università vi aveva esercitato il patronato fino alla fine del Seicento.
Con il trasferimento della confraternita del Santissimo nella chiesa cominciarono, come già detto, i lavori di ingrandimento e abbellimento: del “periodo aureo”, però, oggi resta il solo portale del 1752.
L’attuale struttura risale alla fine del secolo scorso, consacrato il 19 settembre del 1893 dall’arcivescovo Camillo Siciliano; nel biennio 1898/99 il priore Silvano Romano completò i lavori e fece apporre il suo nome (oggi cancellato) sulla base della nuova croce posta all’ingresso della chiesa.
La chiesa custodisce quattro tele di Domenico Celentano, realizzate tra il 1710 e il 1711. Esse raffigurano: San Francesco; una Madonna con San Giacomo e una Santa Suora; la Madonna del Rosario; la Madonna del Carmine o Suffragio. Pur non avendo a disposizione alcun documento, è da ritenere che provengano dal convento di Santa Maria degli Angeli per le seguenti ragioni:
– il ciclo completo è composto da sei tele; le altre due (Sant’Antonio e la Madonna Immacolata) si trovano nella chiesa parrocchiale di Santa Caterina: se fossero state commissionate dalla confraternita, si troverebbero tutte nella sua chiesa .
-Alcuni temi sono tipicamente francescani; inoltre sappiamo che sei altari del convento, nel primo Settecento, erano dedicati proprio ai santi o ai culti mariani dipinti dal Celentano: coincidenza,questa,non casuale.
-Sappiamo anche che in quel periodo i bilanci della confraternita e della chiesa erano in passivo: una simile committenza era possibile solo per le rendite cospicue del convento.
Un’altra tela ritrae Clemente XIV(+ 1774): siccome si tratta di un papa proveniente dalle fila dei Frati Minori Conventuali, anche in questo caso si può ipotizzare una provenienza dal soppresso monastero.
Per quanto riguarda le statue ci sono Sant’Antonio e la Madonna di Loreto: la prima, risalente almeno al periodo barocco e proveniente anch’essa dal Convento, è stata da poco restaurata; la seconda, opera del napoletano Pasquale Mirra nel 1757 ed anch’essa in restauro, fu commissionata nel periodo in cui il culto della Madonna era diventato il più importante del sodalizio.
Le restanti due statue, della Madonna Assunta e di Santa Rosa, sono di recente realizzazione.
La fondazione
Nel corso del Cinquecento, nel nuovo clima di lotta al protestantesimo e di riorganizzazione strutturale, la Chiesa, per aggregare il consenso popolare ai nuovi canoni tridentini, incentivò la fondazione delle nuove confraternite del Rosario e del Santissimo. A Lapio furono fondate entrambe : la prima nella Chiesa Madre, la seconda nel convento di Santa Maria degli Angeli.
Un ruolo determinante per la loro erezione lo ebbero i Filangieri, baroni del paese, che si distinsero per la concessione di cospicui lasciti.
Per quanto riguarda la confraternita del Santissimo, in un inventario dell’8 dicembre del 1688, il priore Andrea Trodella, il segretario Sallustio De Jorio e il procuratore Antonio Russo, dichiararono che “QUESTA CHIESA SEU CAPPELLA DEL SANTISSIMO CORPO DI CRISTO E’ STATA FONDATA DALLI SIGNORI BARONI DI QUESTA TERRA, FONDATORI DELLA DETTA CHIESA, LO MEDESIMO ANNO CHE SE FONDO’ DETTA CHIESA………..SI RITROVA COPIA D’ISTRUMENTO DI CESSIONE DELLA DETTA CAPPELLA FATTA DALL’ILLUSTRISSIMI DON ANNIBALE E DON GIOVANNI FILANGIERI COME TUTORI DEL SIGNOR DON FABIO ALLI CONFRATI DI DETTA CAPPELLA ROGATO A NAPOLI NEL BORGO DELLE VERGINI PER NOTAR GIOVAN DOMENICO AMALFITANO SOTTO LA DATA DE 14 GENNARO 1546 “. L’atto fu anche sottoscritto dai confratelli Giovan Luigi Melchionno,” mastro ” del sodalizio, e Antonio Territiello. Nello stesso 1546, il papa Paolo III concesse la “ bolla dell’aggregazione all’arciconfraternita di Roma” , tuttora conservata nella sacrestia della chiesa di Loreto. Due anni dopo, l’Università fece una “concessione del luogo allo Cemeterio di spatio palmi otto, per edificare la Cappella del Santissimo Corpo di Cristo con patto della sepoltura per li cittadini in esso luogo detto lo Cemeterio “ ( non a caso, nell’inventario della chiesa di Santa Caterina, del 1687, si dichiara che “la cappella fu eretta dall’Università” )
Dopo la fondazione,quindi, cominciò la serie di lasciti e donazioni di semplici cittadini che accrebbero il patrimonio della confraternita : esso, costituito soprattutto da censi enfiteuitici e bollari, fu sempre relativamente modesto.

Le prime regole

Nell’inventario del 1688 , vengono elencate anche le regole della confraternita : “E vi è stato et uso de scriversi li confrati e le consore sin come vi sono hoggi di che osservate le regole che appresso se dirando NE’ CI HANNO MAI AVUTO A CHE FARE GIAMAI ALTRI IN DETTA CAPPELLA MA SOLO LI CONFRATI IN VIRTU’ DI DETTO USO E REGOLA”.
Il testo è abbastanza interessante perchè si presenta come una raccolta di consuetudini in gran parte risalenti al secolo precedente. Ecco alcune delle regole:
– Il 24 giugno (festa di San Giovanni Battista) si tenevano le elezioni del “mastro et altri administratori” : il mastro uscente nominava l’entrante “et uniti eligono il sacrestano” . “Se alli confrati pare bona l’elettione la confirmano”.
-Al sacrestano si affidava la pulizia della cappella, la custodia dei mobili e “tutte le cose necessarie” .
– Il salario del cappellano ascendeva a ducati 23 annui ; per eventuali compensi aggiuntivi decideva l’assemblea dei confratelli.
-La confraternita solennizzava le feste di San Giovanni Battista (24 giugno), della Circoncisione (1 gennaio), del Corpus Domini e della sua ottava. L’arciprete vi partecipava senza salario e il mastro era obbligato a “commitarci li padri del convento in tutte le festività eccetto il giorno del Corpus Domini che sono obligati”.
-I confratelli dovevano “portarsi in processione al convento di Santa Maria degli Angeli nel giorno dell’apparizione di San Michele Arcangelo a 8 di maggio ogni anno et à Santa Maria d’Arianiello nel giorno di lunedi d’albi di resurretione”.
-In occasione delle festività solennizzate dal sodalizio , il mastro dispensava “dieci libre di mostaccioli” (due per i sacerdoti; il resto ai “confrati e a quelli che vengono” ) e da bere. Alla “Concetione” , oltre ai mostaccioli, il mastro dispensava (senza distinzioni) “otto rotola di copeto” . Alla festa di San Michele “se compra un poco de copeto per li confrati”. A Pasqua, il sodalizio promuoveva una “cerca di uova per la terra” e il mastro “fa fare un poco de pane e piglia un poco de vino per li confrati” : uova, pane e vino si consumavano il giorno dopo alla festa di Arianiello. Tutte queste consuetudini, molto radicate e sentite, erano considerate irrinunciabili: ”così si è prattica sempre”.
-Un trattamento di riguardo era riservato ai monaci del convento: “Alli padri di San Francesco quando vengono alle dette funzioni è stato solito darseli la piatanza di carne o altro che ha parso al mastro che cossì si è pratticato e prattica”.
-Per tutte le festività il sacrestano era tenuto a suonare la campana, dietro compenso di nove carlini.
-Ai confratelli erano riservate le indulgenze elargite da Paolo III nel 1511 e confermate ed ampliate da Urbano VIII (1634).
-Ogni terza domenica vi si esponeva il Sacramento e la sfera con messa cantata dell’arciprete.
A proposito dei rapporti con l’arciprete, negli anni precedenti si era verificata qualche tensione : in un documento del 1687 si ricordava che, dal 1683, i mastri lo avevano sospeso dal salario “ e non s’espone il Santissimo in detta cappella”.
Seguirono altre riforme delle regole che integravano le regole orsiniane nel 1719, 1765 e 1777
La riorganizzazione orsiniana

L’autonomia e le secolari consuetudini di cui i confratelli si mostrarono gelosi ed orgogliosi furono cancellate nel giro di pochi anni dal cardinale Orsini che ristrutturò profondamente anche la vita e l’attività di tutti i sodalizi della diocesi, da lui sottoposti al rigido controllo ecclesiastico, sia sotto il profilo spirituale che economico.
Innanzitutto, nel 1689 il cardinale dettò nuove e severe regole per tutte le confraternite dell’arcidiocesi, e dichiarò decadute tutte quelle fondate prima del 1604. Per continuare la propria attività, queste dovettero chiedergli l’assenso per una nuova fondazione: la confraternita del Santissimo ottenne la “bolla della nuova erettione” l’11/5/1690.
Successivamente, nel 1694, il cardinale minacciò addirittura lo scioglimento delle confraternite lapiane, che non rispettavano i suoi decreti: “tutti li confrati delle Confraternite debbano congregarsi in tutti i giorni festivi per fare le congregazioni a tenor delle regole date da noi…….in altro caso…procederemo onninamente alla suppressione delle medesime Confraternite con eriggerle in titolo di beneficij semplici, o pure con incorporare le rendite di esse Confraternite alla mensa arcipretale“. La soppressione non ci fu ma i ”mastri” laici persero il loro potere, così come era avvenuto per la chiesa di Loreto: dovevano essere eletti, insieme al “prefetto spirituale”, in presenza del vicario foraneo o del parroco. Inoltre, al priore fu interdetta ogni “spesa-eccette le cotidiane e forzose-anche a titolo di limosina, senza licenza della nostra Corte Arcivescovile”. Questi radicali cambiamenti non dovettero certo suscitare grandi entusiasmi: infatti, nel 1704, il cardinale, ancora insoddisfatto della condotta dei confratelli, punì con rinnovata severità le due confraternite del Santissimo e della Neve: “Mentre i confrati non vogliono esercitare i pochi prescritti esercizij spirituali, priviamo i medesimi del diritto di eleggere gli uffiziali per l’amministrazione de’ beni. Però il Signor Arciprete procuri che almeno si scrivano degli huomini e donne per l’acquisto delle indulgenze. Gli economati de beni corporali di dette confraternite si eserciteranno con ordine della nostra Curia da due fratelli ecclesiastici”. In pratica, la gestione economica dei due sodalizi fu sottratta ai confratelli e affidata al clero (in questi anni a don Domenico de Joanna e a Filippo Iannino). Negli anni seguenti, il cardinale potè finalmente registrare un’evoluzione positiva nelle attività dei sodalizi: nel 1710 elogiò il sacerdote don Lazzaro Palazzi, economo della parrocchia, perchè “rimise in piedi le due confraternite decadute per la melensagine dell’arciprete” . Grazie alla sua opera, infatti, frequentavano gli esercizi spirituali cinquanta “confratelli di sacco” guidati dal prefetto De Joanna.
Naturalmente, anche le due onfraternite dovettero partecipare alle spese di restauro della Chiesa Madre, con i conseguenti indebitamenti registrati nel 1718.
Nelle ultime due visite pastorali troviamo ancora alcune annotazioni : nel 1718, oltre alle disposizioni di natura economica, il cardinale ordinò ai due sodalizi di versare otto ducati annui al sacerdote Palazzi e di “non intromettere la cotidiana recita del Rosario “ introdotta dieci anni prima nella chiesa parrocchiale; nel 1720 , il nuovo prefetto don Stefano Forte, succeduto a don Filippo Jannino, morto nel 1719 fu multato di otto ducati perchè “deficit in scrutinio” degli esercizi spirituali. Con questi ultimi decreti si concluse di fatto la lunga fase di riorganizzazione del cardinale Orsini : con i suoi numerosi e decisi interventi, la confraternita aveva rinnovato il suo volto ed aveva trovato una nuova sede.

a cura del Prof. Fiorenzo Iannino

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